William Orbit: l’elettronica che cambiò il pop

William Orbit: l’elettronica che cambiò il pop

Foto: Joshua Forbes

Ci sono artisti che diventano celebri per le canzoni che firmano e altri che lasciano un segno molto più profondo, cambiando il modo in cui quelle canzoni vengono concepite e ascoltate. William Orbit apparteneva alla seconda categoria.

Musicista, compositore e produttore britannico, è stato una delle figure più originali nel rapporto tra l’elettronica e la musica pop, ma non solo.

Per molti il suo nome resterà inevitabilmente legato a Madonna e a Ray of Light, ma fermarsi a quel disco significherebbe raccontare soltanto una parte della sua storia perchè William Orbit aveva iniziato a costruire il proprio linguaggio molto prima di arrivare al grande pubblico, muovendosi tra elettronica, musica classica e sperimentazione, sviluppando una sensibilità capace di mettere insieme tecnologia e strumenti tradizionali.

Nato a Londra nel 1956 con il nome di William Wainwright, lasciò la scuola a 15 anni e trascorse parte della sua giovinezza viaggiando tra il Regno Unito e l’Europa svolgendo lavori molto diversi prima di dedicarsi completamente alla musica.

Negli anni Ottanta fondò insieme a Laurie Mayer e Grant Gilbert i Torch Song, progetto elettronico e ambient che pubblicò tre album tra il 1984 e il 1987.

Parallelamente iniziò a sviluppare una propria identità attraverso il progetto solista Strange Cargo, destinato a diventare uno dei capitoli più importanti della sua produzione.

Il passaggio decisivo arrivò però alla fine degli anni novanta quando Madonna era alla ricerca di una nuova direzione musicale e Orbit divenne il produttore principale di quello che sarebbe diventato Ray of Light, pubblicato nel 1998.

Il risultato fu una trasformazione radicale del suo sound: pop, techno, trance e influenze acustiche entrarono nel linguaggio di una delle più grandi popstar del mondo senza perdere la forza melodica necessaria per raggiungere un pubblico globale.

La stessa Recording Academy ha definito Ray of Light un momento decisivo nell’evoluzione musicale di Madonna e ha riconosciuto il ruolo centrale di Orbit nella produzione come produttore insieme a Madonna e agli altri membri del team.

L’album ricevette cinque nomination ai Grammy Awards del 1999 vincendo nelle categorie Best Pop Vocal Album e Best Dance Recording per la title track.

Ma proprio mentre il successo di Ray of Light lo portava al centro dell’industria musicale internazionale, Orbit continuava a muoversi in direzioni molto meno convenzionali.

Nel 1999 arrivò Pieces in a Modern Style, progetto nel quale rielaborò composizioni della musica classica attraverso sintetizzatori, programmazione elettronica e produzione contemporanea.

Il disco raggiunse il secondo posto della classifica britannica e la sua reinterpretazione dell’Adagio for Strings di Samuel Barber, successivamente remixata da Ferry Corsten, entrò nella Top 5 del Regno Unito.

Nello stesso anno William Orbit lavorò anche con i Blur a 13, un album molto distante dall’immagine Britpop che aveva accompagnato la band negli anni precedenti. Damon Albarn e compagni cercavano una nuova direzione e Orbit contribuì a costruire un suono più sperimentale, emotivo e stratificato. 13 sarebbe diventato uno degli album più apprezzati della discografia dei Blur, con brani come Tender e Coffee & TV.

Il suo lavoro proseguì poi attraverso una quantità impressionante di collaborazioni dalle All Saints, ai Kraftwerk, dagli U2 a Britney Spears e Robbie Williams, solo per citarne alcuni.

È proprio qui che emerge la vera importanza di William Orbit che non è stato semplicemente un produttore di successo ma è stato uno degli artisti che hanno contribuito a rendere l’elettronica un linguaggio trasversale e universale.

Ha dimostrato che sintetizzatori e campionamenti, potevano convivere con il songwriting pop senza che uno dei due mondi dovesse necessariamente prevalere sull’altro, anzi, dimostrando di potersi sposare alla perfezione.

William Orbit ai Guerilla Studios/ Photo by Joe Dilworth – Guerilla Studios

La sua influenza è arrivata anche molto più vicino alla club culture con Adagio for Strings, nella versione remixata da Ferry Corsten che è diventato un riferimento per la scena trance e ha contribuito a creare un ponte particolarmente significativo tra la produzione elettronica d’autore e il dancefloor.

Il fatto che un brano nato dalla rilettura elettronica di una composizione classica sia poi diventato materia prima per un DJ trance racconta meglio di qualsiasi definizione la libertà e la genialità con cui William Orbit attraversava i generi.

Negli anni successivi la sua produzione è diventata più selettiva, ma non si è mai fermata continuando a pubblicare album a proprio nome, fino a The Painter del 2022, confermando quella ricerca sonora che aveva caratterizzato tutta la sua carriera. Sul suo sito ufficiale, ancora oggi, il suo percorso viene raccontato attraverso alcuni dei progetti che hanno definito la sua identità artistica: Strange Cargo, Adagio for Strings, Stereo Odyssey e Ray of Light.

La sua scomparsa avvenuta il 23 luglio ma annunciata dalla famiglia solo il 7 agosto, arriva alla fine di una carriera impossibile da racchiudere in un solo genere o in una sola collaborazione.

William Orbit ha attraversato l’ambient, la techno, la musica classica, il pop e la cultura del remix senza mai sembrare davvero appartenere completamente a uno di questi mondi.

Ed è forse proprio questa la sua eredità più importante perchè Orbit non ha semplicemente portato l’elettronica nel pop: ha contribuito a rendere sempre più sottile il confine tra elettronica e musica popolare.

In un’epoca in cui questa contaminazione ci sembra ormai naturale, vale la pena ricordare quanto fosse meno scontata quando lui iniziò a creare ponti tra generi musicali che ne hanno definito il suono.

William Orbit se n’è andato, ma molte delle strade che ha contribuito ad aprire sono ancora percorse ogni giorno da producer, musicisti e artisti e riascoltare oggi Ray of Light, 13, Strange Cargo o Pieces in a Modern Style, è forse  il modo migliore per ricordarlo e per capirne, ancora di più la genialità di un musicista che ha contribuito a rendere il futuro un po’ più vicino.