
Un viaggio emotivo ora per ora tra identità che si dissolve, connessione con gli sconosciuti e rinascita collettiva sotto la cassa dritta.
Ecco cosa succede davvero al proprio cervello dopo cinque ore di trance
Armin van Buuren ha deciso di guardare la pista con gli occhi di chi studia la mente umana. E il risultato è un mini documentario che promette di far discutere l’intera scena. Il dj e produttore olandese, anima di una delle label più influenti del panorama trance, ha trasformato la serata inaugurale della sua residency a Ibiza in un vero e proprio caso di studio sulla psicologia del pubblico. Il palcoscenico è quello di [UNVRS], il superclub dell’isola bianca, dove l’artista celebra i venticinque anni di “A State of Trance” con cinque appuntamenti da cinque ore ciascuno, ogni lunedì fino al 5 ottobre. Per decifrare ciò che accade tra la folla durante questa lunga odissea di sintetizzatori, il musicista ha coinvolto la psicoterapeuta Rachel Giddings, che si definisce senza timidezze una raver convinta.
Il film, della durata di dieci minuti e disponibile sul canale YouTube del producer, accompagna la specialista in una mappa emotiva scandita ora dopo ora. Nella prima fase il pubblico vive una sorta di separazione dall’identità, lasciata simbolicamente all’ingresso insieme alle farfalle nello stomaco e al nervosismo che accompagnano un’esperienza tanto attesa. Alla terza ora subentra la fusione: una sensazione diffusa di coesione, di appartenenza a un organismo unico fatto di corpi che respirano allo stesso ritmo. Con la quinta ora arriva infine la reintegrazione, il momento in cui la notte si congeda e ciascuno ritrova sé stesso, trasformato dal rito condiviso.
https://youtu.be/V_9T6NVcoq4?si=qHbvzTzD0jj0GS3W
L’impianto concettuale dell’intera residency affonda le radici in teorie antiche e moderne sulla dimensione collettiva dell’essere umano. Dietro le cinque lunghe notti ibizenche si riconoscono le riflessioni dei francesi ottocenteschi Arnold van Gennep ed Émile Durkheim, insieme agli studi più recenti di antropologi come Robin Dunbar, Victor Turner e Mihaly Csikszentmihaly, dedicati ai raduni sociali e al potere della musica. Una cornice accademica insolita per un evento da club, che dà spessore a ciò che chiunque abbia ballato fino all’alba intuisce da sempre.
Nel documentario trovano spazio anche le confidenze dell’artista, che racconta rituali, emozioni e stati d’animo prima, durante e dopo l’esibizione, spiegando perché abbia voluto battezzare in questo modo un traguardo così importante. Del resto la parabola del marchio è impressionante: dalle trasmissioni settimanali su ID&T Radio fino a raggiungere quarantaquattro milioni di ascoltatori nel mondo, con oltre cento eventi distribuiti su cinque continenti.

Le parole di van Buuren restituiscono il senso dell’operazione. Guardare la pista attraverso una lente psicologica durante il suo set di cinque ore, spiega, è stato affascinante, perché si parla spesso di ciò che la musica provoca in noi, ma raramente di ciò che ci accade quando la viviamo insieme agli altri. Da qui le domande che attraversano il progetto: perché ci sentiamo legati a perfetti sconosciuti, perché un istante sul dancefloor può commuoverci tanto profondamente, perché un brano riesce a farci sentire parte di qualcosa di più grande. Il dj, prosegue, è spesso il centro dell’attenzione, ma la vera magia si compie tra chi balla, ed è proprio a quelle persone, alle loro emozioni e ai legami che nascono, che il film è dedicato.
Intanto, anche in Italia qualcosa si sta muovendo con il gruppo in espansione Soulution e di cui sentiremo parlare più avanti.




