
Dopo oltre trent’anni di carriera, Steve Lawler continua a essere uno dei nomi più rispettati della scena elettronica internazionale. DJ, producer, fondatore di Pendulum Events, Elevation Music Group e Talent F1rst Management, l’artista britannico ha attraversato tutte le grandi trasformazioni della musica elettronica senza mai perdere la propria identità. In questa intervista Face to Face realizzata da Cristiana Elli, Steve si racconta senza filtri: dalla perdita del suo storico tour manager e migliore amico alla critica verso la scena di oggi, passando per la club culture, l’intelligenza artificiale e la sua visione della musica.
Hai costruito una carriera lunga oltre trent’anni, attraversando epoche molto diverse della musica elettronica. Guardandoti indietro, qual è stata la sfida più grande della tua vita e come l’hai affrontata?
“La sfida più grande è arrivata negli ultimi anni. Nel 2021 ho perso il mio storico tour manager, ma soprattutto il mio migliore amico. È stato un colpo molto più duro di quanto avrei mai immaginato.
Quando sono tornato a fare tour mi sentivo disorientato, quasi perso. Non sapevo più quale direzione prendere. Ho capito che avevo bisogno di allontanarmi per un po’ dalla mia routine e ritrovare un nuovo equilibrio. Oggi, fortunatamente, posso dire di averlo trovato.
Non è stato semplice. Quando sei costantemente in tour hai enormi responsabilità, tante persone fanno affidamento su di te e vieni continuamente tirato da una parte e dall’altra. Ma arriva un momento in cui devi iniziare a fare qualcosa anche per te stesso.”
C’è qualcosa che il successo ti ha dato, ma anche qualcosa che ti ha tolto?
“Il successo mi ha dato tutto quello che sognavo e anche di più. Mi ha permesso di costruire una famiglia e di vivere facendo ciò che amo, mi considero una persona davvero fortunata.
Credo che questo sia il sogno di tutti: riuscire a trasformare la propria passione nel proprio lavoro.
Ma il successo ha anche un prezzo. Ci sono le critiche, gli haters, le persone che cercano di buttarti giù qualunque cosa tu faccia. E poi ci sono quelli che io chiamo gli ‘squali’, persone che vogliono soltanto approfittarsi di te.
Quando raggiungi una certa notorietà capisci che, a volte, hai bisogno di uno scudo d’acciaio per proteggere te stesso e la tua famiglia. Essendo cresciuto in una famiglia umile, per me è stato difficile accettarlo. Mi ci sono voluti anni per capire che dovevo imparare a proteggere di più me stesso e le persone che amo.”
Se potessi dare un consiglio allo Steve Lawler ventenne, quale sarebbe?
“Questa è facile, gli direi di tenere la bocca chiusa molto più spesso. Sono cresciuto in una famiglia molto umile e mia madre, che oggi non c’è più, mi ha sempre insegnato a dire la verità, qualunque fosse la situazione. Il problema è che non tutti vogliono sentirsi dire la verità.
Nel corso degli anni ho avuto discussioni con promoter e agenti che, secondo me, si erano comportati in modo scorretto. Invece di lasciare che fosse il mio team a gestire certe situazioni, intervenivo sempre in prima persona.
Ripensandoci oggi, in molti casi avrei fatto meglio a restare in silenzio.”

Il ruolo del DJ è cambiato molto nel corso degli anni. Oggi social media, immagine e numeri sembrano contare più della musica stessa. Cosa non sopporti della scena elettronica di oggi?
“Proprio questo. Per una persona come me, che ha dedicato la propria vita alla musica e all’arte del DJing, è davvero triste vedere che oggi talento e tecnica sembrano non contare più, sembra che tutto ruoti attorno ai social media e alla popolarità. Ma la realtà è questa e se c’è una cosa che ho imparato è che bisogna accettare il futuro, perché arriverà comunque, che ci piaccia oppure no.”
Secondo te si può ancora parlare di club culture oggi, oppure è diventata qualcosa di diverso?
“Per me la club culture e la event culture sono due cose completamente diverse.
La club culture dovrebbe ruotare attorno a uno o due DJ che guidano musicalmente un’intera serata, creando una vera esperienza per chi entra nel club.
Bisogna creare un luogo sicuro dove le persone possano lasciarsi andare, seguire il viaggio musicale e vivere davvero la house music per come è stata concepita.
I grandi eventi sono un’altra cosa. Sono spettacoli e vanno vissuti come tali.”
Hai vissuto il passaggio dal vinile al digitale, dallo streaming fino all’intelligenza artificiale. Che rapporto hai con l’AI? La consideri semplicemente uno strumento creativo oppure un vero game changer che sta cambiando l’industria musicale?
“A dire il vero non ho ancora capito tutto questo entusiasmo per l’intelligenza artificiale, credo che spesso venga raccontata in modo molto diverso da quella che è realmente.
Al momento non ne vedo una vera necessità nella musica, scrivere un brano è già di per sé una soddisfazione, un momento creativo che ti ripaga del lavoro fatto. Perché dovremmo sostituire tutto questo?
Forse sono io a non essere ancora così vicino a questo mondo, oppure la vera rivoluzione deve ancora arrivare. Onestamente non conosco ancora abbastanza l’AI per esprimere un giudizio definitivo.”
Il dancefloor è sempre stato il vero banco di prova per ogni producer. C’è una nuova produzione che non vedi l’ora di testare davanti al pubblico?
“Sì, in questo momento ho diversi brani nuovi, uno in particolare sta iniziando a ottenere ottimi riscontri quest’estate. Si intitola One Fine Day e ha già ricevuto il supporto di artisti come Black Coffee, Francis Mercier, Sasha e altri.
È una traccia molto emozionale, pensata come brano di chiusura di un set. In realtà l’ho scritta per mia moglie: la parte vocale proviene da uno dei suoi dischi preferiti e ho voluto costruire una nuova produzione partendo proprio da quella.
Per il momento non so ancora quale sarà il suo futuro. Voglio lasciarla crescere durante l’estate e vedere dove mi porterà.”

Con Pendulum Events hai dato vita a eventi in destinazioni iconiche come Miami e Tulum. Qual è l’idea alla base del progetto e cosa rende un evento Pendulum diverso dagli altri?
“Pendulum è nato dopo il periodo di pausa che mi sono preso per ritrovare un equilibrio nella mia vita.
Ho iniziato organizzando una serata in un piccolo locale di Miami, il Do Not Sit On The Furniture dove potevo suonare set di quattro ore o anche più, proponendo la musica che amo davvero., avevo semplicemente bisogno di ritrovare uno sfogo musicale. È quello che sono.
Dopo due anni incredibili il locale era sempre pieno. Alle quattro del mattino c’erano ancora persone fuori che aspettavano di entrare, così abbiamo deciso di trasferirci al MODE, uno spazio molto più grande.
Contemporaneamente abbiamo iniziato a organizzare eventi mensili anche al Vagalume di Tulum. All’inizio non ero convinto, perché Tulum non è una destinazione dove è facile costruire una serata mensile, ma abbiamo deciso di crescere passo dopo passo e abbiamo visto che funzionava.
Oggi Pendulum continua il suo percorso e tornerà da dicembre fino ad aprile.
La filosofia è molto semplice: due DJ, l’opening act e poi un mio set lungo. Credetemi, è così che si costruisce una community di persone che imparano a fidarsi di te.”
Non si può parlare d’estate senza parlare di Ibiza. Quest’anno la tua residency We Love Saturdays al Blue Marlin Ibiza si concluderà il 18 luglio. Che cosa ha rappresentato per te questa esperienza e cosa porterai con te di questa stagione?
“È stata un’esperienza incredibile sotto tanti punti di vista.
Prima di tutto per il rapporto con il team del Blue Marlin Ibiza. Siamo diventati una vera famiglia e, dopo tutti questi anni in giro per il mondo, per me è una cosa fondamentale. Ho bisogno di sentirmi a casa per dare il meglio di me.
Poi c’è stata la risposta del pubblico. Fin dal primo appuntamento abbiamo registrato il tutto esaurito e considerando la concorrenza che c’è a Ibiza, è qualcosa che mi rende davvero felice.
Sapere che, ancora oggi, le persone hanno voglia di venire ad ascoltare la mia musica è una soddisfazione enorme.”
Vivi Ibiza da tanti anni. Su un’isola che continua a cambiare, c’è ancora qualcosa che riesce a sorprenderti nel 2026?
“Ibiza sta cambiando esattamente come il resto del mondo.
È diventata più commerciale, più aziendale, più orientata al business. Ma non possiamo dare la colpa a Ibiza.
Dopo il Covid tutta la scena elettronica mondiale è cambiata. Gran parte del settore è finita nelle mani di grandi gruppi economici e, di conseguenza, sono cambiate anche le regole del gioco.”
Guardando alla tua carriera, qual è il momento che ti rappresenta di più come artista?
“Direi i primi anni Duemila, quando tutti mi identificavano come ‘tribal’.
In realtà stavo semplicemente facendo quello che mi veniva naturale: cercavo musica, modificavo i brani che suonavo e costruivo un sound che sentivo davvero mio.
È stato il momento in cui ho trovato la mia identità artistica: percussiva, coinvolgente, underground, piena di groove ed energia.
Da allora la musica è cambiata, i generi si sono evoluti, ma l’essenza del mio modo di suonare è rimasta la stessa. Dai tempi di Harlem Nights fino a Global Underground, Lights Out e Warriors, ho sempre cercato di mantenere quel groove che mi rappresenta.”

Da quest’estate è iniziata una nuova collaborazione con RIN Italia Network, che ogni lunedì trasmette i tuoi live set raggiungendo gli appassionati di musica elettronica in tutto il mondo attraverso l’app e in DAB a Ibiza. Cosa rende un live set di Steve Lawler diverso dal semplice premere play su una playlist?
“Prima di tutto lasciatemi dire che è un vero piacere. Collaboriamo da tanti anni e vi ringrazio davvero per il supporto che mi avete sempre dato.
La differenza sta tutta nell’energia che si percepisce durante un live set.
Ci sono le voci che entrano all’improvviso, i break che vengono allungati, le build-up, i drop, il modo in cui costruisco e trasformo i mix.
È tutto dal vivo, nulla è programmato. Succede in quel momento, davanti al pubblico ed è proprio questo che fa la differenza.”
Guardando al futuro, dove e come ti immagini tra dieci anni, sia dal punto di vista personale che professionale?
“Onestamente non ne ho idea, dopo i grandi cambiamenti che ho vissuto durante e dopo il Covid, io e la mia famiglia abbiamo smesso di fare programmi a lungo termine.
Preferiamo vivere il presente, essere grati per quello che abbiamo e cercare, in un mondo sempre più complicato, di vedere oltre l’oscurità e portare un po’ di luce.
In fondo credo che il segreto sia proprio questo: mantenere le cose semplici.”




